Editoriale di Gori Claudio (direttore@irog.it)
Milano, Bologna, Torino e altre città segnate dagli scontri. Quando la protesta diventa violenza, a pagare sono gli agenti, i commercianti, i cittadini e la stessa democrazia. Il rischio di una spirale sempre più pericolosa impone una risposta che non può essere rinviata.
Ci sono immagini che una democrazia non dovrebbe mai abituarsi a vedere: vetrine infrante, negozi costretti ad abbassare le serrande, biciclette scaraventate a terra, arredi urbani distrutti, pietre e oggetti lanciati contro le forze dell’ordine. E, soprattutto, persone ferite mentre svolgono il proprio lavoro o cercano semplicemente di attraversare le strade della propria città.
Le cronache del 17 ottobre 2026 da Milano, Bologna, Torino e Bergamo raccontano una giornata di manifestazioni degenerata, in diversi contesti, in scontri e danneggiamenti. A Milano, il centro cittadino è stato teatro di violenze, incendi e saccheggi. A Bologna, il bilancio comunicato dalla Questura ha registrato circa 36 operatori delle forze dell’ordine feriti o contusi. Non sono immagini da archiviare come l’ennesimo incidente di piazza, né episodi da liquidare con una dichiarazione di circostanza.
La domanda che l’Italia deve porsi è semplice e inquietante: quanto ancora può essere lasciata crescere questa spirale prima che qualcuno paghi un prezzo irreparabile?
La protesta è un diritto. La violenza non può diventare una regola.
Il diritto di manifestare è una conquista fondamentale della democrazia. Permette ai cittadini di contestare il governo, denunciare disuguaglianze, chiedere salari adeguati, protestare contro il carovita e pretendere servizi pubblici migliori.
Proprio perché questo diritto è essenziale, deve essere difeso da chi lo trasforma in un pretesto per aggredire, devastare e intimidire.
Chi scende in piazza pacificamente non può essere identificato con chi lancia pietre contro un agente, distrugge la vetrina di un negozio o incendia ciò che trova lungo il percorso. Sarebbe un errore grave attribuire a tutti i manifestanti la responsabilità delle azioni di gruppi violenti. Ma sarebbe altrettanto grave utilizzare la legittimità delle rivendicazioni sociali per attenuare la gravità dei comportamenti illeciti.
Le cronache di queste ore pongono una questione che va oltre la contrapposizione politica: una manifestazione non può trasformarsi in una zona franca, nella quale le regole sembrano perdere valore e la forza fisica pretende di sostituirsi al confronto democratico.
Le ragioni del disagio sociale meritano ascolto. Le aggressioni e le devastazioni richiedono invece accertamenti, responsabilità individuali e l’applicazione della legge.
Sono due esigenze perfettamente compatibili. Presentarle come alternative significa alimentare una contrapposizione che non aiuta né la sicurezza né la soluzione dei problemi denunciati.
Dietro ogni numero c’è una persona. Dietro ogni vetrina infranta c’è un’attività commerciale, spesso il risultato di anni di lavoro e sacrifici. Dietro una strada devastata ci sono residenti, lavoratori, famiglie e persone che non hanno alcuna responsabilità per ciò che sta accadendo.
Un commerciante non dovrebbe essere costretto a chiedersi se il proprio negozio sopravvivrà alla manifestazione del giorno. Un dipendente non dovrebbe rischiare di non poter raggiungere il posto di lavoro perché una strada è diventata teatro di scontri. Un cittadino non dovrebbe temere di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
E un agente non dovrebbe essere considerato un bersaglio contro il quale scaricare rabbia politica o sociale.
Le donne e gli uomini delle forze dell’ordine sono chiamati a gestire situazioni complesse, spesso in condizioni di forte pressione. Il loro operato deve essere sottoposto alle regole, ai controlli e alle responsabilità previsti dall’ordinamento, come quello di ogni altro soggetto pubblico. Ma questo non cancella il diritto a essere protetti dalle aggressioni e a svolgere il servizio senza essere esposti deliberatamente alla violenza.
Quando si arriva al lancio di pietre, bottiglie, transenne e oggetti pesanti, non siamo più nel terreno della dialettica politica. Siamo davanti a comportamenti che possono provocare lesioni gravi e mettere a rischio la vita delle persone.
Non occorre aspettare che si verifichi una tragedia per riconoscerne la pericolosità.
C’è un aspetto ancora più preoccupante: la possibilità che la violenza finisca per diventare, per alcuni gruppi, uno strumento di visibilità, intimidazione e pressione sulle istituzioni.
Una piazza può nascere per rivendicare diritti e finire per essere dominata da chi non cerca il confronto, ma lo scontro. In queste condizioni, le ragioni dei partecipanti pacifici rischiano di scomparire dietro le immagini delle barricate, delle cariche e dei danni.
È una dinamica che dovrebbe preoccupare tutti, indipendentemente dall’orientamento politico.
Non possiamo affermare, in assenza di prove, che dietro gli episodi recenti esista una strategia coordinata per provocare vittime o destabilizzare il Paese sebbene sia forte il dubbio. Sarebbe irresponsabile trasformare un sospetto in una certezza, sebbene certi atti di forza e violenza contemporanea sono “strani” nel medesimo contesto e tempistica. Ma è doveroso interrogarsi sulle conseguenze di un’escalation nella quale aggressioni sempre più pericolose potrebbero provocare una tragedia, alimentare ulteriore rabbia e innescare una spirale di ritorsioni e radicalizzazione.
Il rischio da scongiurare è che il prossimo episodio venga ricordato non soltanto per i danni materiali, ma per una lesione irreversibile, o persino per una vittima, capace di diventare il simbolo attorno al quale si alimentano nuove contrapposizioni.
Una vittima non può essere considerata un obiettivo politico, né può essere ridotta a uno strumento di propaganda. La vita umana viene prima di qualsiasi slogan.
È proprio per questo che la vera e non delegata prevenzione deve iniziare prima del punto di non ritorno.
Gli anni di piombo: la memoria non è un paragone da usare con leggerezza. L’Italia conosce già il prezzo della radicalizzazione politica e della violenza organizzata.
Gli anni di piombo hanno lasciato una ferita profonda nella storia repubblicana: terrorismo, attentati, omicidi, stragi e una lunga stagione nella quale la contrapposizione ideologica arrivò a tradursi in sangue. Un periodo complesso, segnato da responsabilità differenti e vicende che non possono essere sovrapposte automaticamente agli avvenimenti di oggi.
Le manifestazioni violente dell’ottobre 2026 non sono, per ciò solo, il ritorno degli anni di piombo. Le informazioni disponibili non consentono di stabilire un’equivalenza storica, né di attribuire ai responsabili degli scontri un progetto terroristico.
Ma la memoria di quella stagione impone una domanda: che cosa accade quando la violenza smette di essere un episodio isolato e comincia a essere giustificata, tollerata o celebrata come uno strumento legittimo di lotta?
Il pericolo non consiste nell’affermare che la storia si stia ripetendo identica. Consiste nel sottovalutare i segnali di radicalizzazione, l’assuefazione alle aggressioni, la delegittimazione dell’avversario e la tentazione di considerare lo scontro fisico una naturale prosecuzione del conflitto politico.
La storia insegna che la democrazia non viene tutelata soltanto quando reagisce a una minaccia conclamata. Deve essere difesa anche quando riconosce tempestivamente i comportamenti che possono alimentare una deriva.
Il martire non deve diventare il punto d’arrivo di una spirale di violenza. E nessuna istituzione dovrebbe attendere una tragedia per prendere sul serio questo rischio.
La politica deve smettere di parlare soltanto al proprio pubblico. Di fronte a fatti di questa gravità, la politica è chiamata a una responsabilità che supera il vantaggio del momento.
Condannare la violenza quando colpisce i propri avversari e relativizzarla quando coinvolge persone vicine alla propria area culturale o politica è una contraddizione che indebolisce la credibilità delle istituzioni.
La stessa coerenza deve valere per tutti: governo, opposizioni, amministrazioni locali, organizzazioni politiche e realtà associative.
Non è necessario condividere le ragioni di una protesta per difenderne il diritto a esprimersi. E non è necessario sostenere il governo per condannare chi aggredisce un agente o devasta una città.
La politica deve saper distinguere, senza ambiguità, fra dissenso e intimidazione. Deve ascoltare le rivendicazioni sociali, verificare le cause del disagio e intervenire sui problemi reali. Allo stesso tempo, deve sostenere il rispetto delle regole, la protezione delle persone e l’accertamento delle responsabilità.
Le dichiarazioni pubbliche, da sole, non bastano. Servono prevenzione, coordinamento operativo, strumenti adeguati alla gestione dell’ordine pubblico, assistenza agli operatori feriti e indagini efficaci, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali e del principio di presunzione di innocenza.
Occorre anche interrogarsi sul coinvolgimento dei giovanissimi negli scontri, senza trasformare l’età o la provenienza in un marchio collettivo. Quando numerosi adolescenti vengono coinvolti in episodi violenti, la risposta non può limitarsi alla repressione: servono responsabilità individuali, famiglie, scuola, istituzioni e percorsi credibili di prevenzione.
La sicurezza e la coesione sociale non sono obiettivi contrapposti. Si rafforzano a vicenda.
Non lasciamo che siano i violenti a decidere il futuro delle piazze. Le città appartengono ai loro abitanti, non a chi riesce a imporsi con la forza. Le piazze appartengono ai cittadini che vogliono manifestare, non a chi pretende di trasformarle in territori di intimidazione. La libertà di protesta non può diventare il diritto di distruggere la libertà altrui.
Milano e Bologna, insieme alle altre città interessate dagli scontri, non hanno bisogno di una gara di slogan né di una competizione politica su chi sappia pronunciare la condanna più dura. Hanno bisogno che i fatti siano ricostruiti, che i responsabili siano individuati sulla base delle prove, che le persone danneggiate siano ascoltate e che le istituzioni dimostrino di saper prevenire il ripetersi di simili episodi.
Il punto non è invocare una repressione indiscriminata. È pretendere che la legge venga applicata, che le forze dell’ordine siano tutelate e che ogni intervento pubblico rimanga proporzionato, controllabile e conforme alle regole democratiche.
Non possiamo sapere se questa stagione di tensione resterà circoscritta a episodi di violenza urbana o se contribuirà ad alimentare forme più profonde di radicalizzazione. Proprio questa incertezza rende necessaria una risposta tempestiva e responsabile.
La democrazia non deve avere paura delle piazze. Deve però impedire che le piazze diventino il luogo nel quale la paura sostituisce la libertà, la prepotenza sostituisce il confronto e la violenza pretende di dettare l’agenda politica.
Il prossimo agente ferito gravemente, il prossimo commerciante rovinato o il prossimo cittadino coinvolto non possono essere considerati il prezzo inevitabile della protesta.
La domanda, oggi, non è chi riuscirà a utilizzare politicamente queste immagini. La domanda è se le istituzioni, la politica e la società sapranno impedire che la violenza diventi un’abitudine e che l’abitudine prepari il terreno a qualcosa di ancora più grave.
Perché la storia italiana ci ha già mostrato quanto possa essere alto il costo del silenzio, della sottovalutazione e della radicalizzazione.
Non aspettiamo che sia una tragedia a ricordarcelo.





















