in collaborazione tra Claudio Gori e Samina Seyed
Un film che racconta la nascita del giornalismo-spettacolo
Tra le opere più discusse presentate in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 c’è Ink, il nuovo lavoro del regista britannico Danny Boyle, che sceglie di aprire la kermesse veneziana con un racconto potente e per certi versi scomodo: la nascita dell’impero editoriale costruito da Rupert Murdoch attorno al tabloid The Sun, rilanciato sul mercato britannico a partire dal 1969.
Il titolo scelto da Boyle non è casuale: l’inchiostro, materia prima del mestiere giornalistico, diventa metafora di un potere editoriale capace di trasformare l’informazione in un prodotto commerciale su scala industriale, spesso a scapito del rigore e dell’accuratezza.
La Londra di fine anni Sessanta e la rivoluzione di Murdoch
Il film ricostruisce il momento in cui la stampa popolare britannica ha rotto con la tradizione giornalistica classica, imboccando una strada fatta di titoli sensazionalistici, fotografie provocatorie e una strategia editoriale pensata esclusivamente per massimizzare le vendite. Al centro della narrazione c’è la figura del direttore scelto da Murdoch per guidare la rinascita del giornale: un personaggio privo di remore, mosso da una concezione del giornalismo costruita sul clamore più che sulla sostanza.
Boyle evita però la biografia didascalica e sceglie invece di raccontare una trasformazione culturale più ampia, mostrando come il giornale smetta di essere semplicemente uno strumento per raccontare la realtà e diventi una macchina complessa in cui si intrecciano informazione, spettacolo e interessi economici.
La regia: ritmo nervoso e redazioni come organismi viventi
Il punto di forza più evidente del film è la messa in scena firmata da Boyle, che imprime alla vicenda un ritmo serrato e quasi febbrile. Le redazioni raccontate nella pellicola vengono restituite come entità vive, scandite da telefonate concitate, titoli decisi in pochi minuti e la pressione costante di dover vendere copie. Una delle sequenze più riuscite mostra editore e direttore distesi sull’asfalto sopra la tipografia storica, mentre il rombo delle rotative in piombo scandisce il ritmo di un’epoca che si avvia verso il tramonto.
Proprio questa attenzione al lato materiale e artigianale della stampa cartacea permette al regista di aprire, quasi di sfuggita, un interrogativo che riguarda il presente: come l’intelligenza artificiale stia già ridisegnando il modo di produrre informazione, con il rischio che i nuovi strumenti finiscano per riflettere gli interessi di chi li programma più che la realtà dei fatti.
Un film ambiguo, non un semplice atto d’accusa
Il pregio principale di Ink sta nel non limitarsi a condannare il modello Murdoch. Il film riconosce, senza sconti ma anche senza semplificazioni, la straordinaria capacità imprenditoriale che ha reso quel modello vincente, restituendo allo spettatore la complessità di un fenomeno che ha finito per anticipare, con decenni di anticipo, le dinamiche competitive dell’informazione contemporanea: la caccia al clic, la logica degli algoritmi, la competizione permanente per l’attenzione del pubblico.
Ne emerge un’opera che parla tanto del passato quanto del presente e, probabilmente, del futuro del mestiere giornalistico, lasciando aperta una domanda che attraversa ancora oggi ogni redazione: fino a che punto sia legittimo inseguire il pubblico senza smarrire la propria identità professionale.






















