Editoriale di Gori Claudio (direttore@irog.it)
Quando il nemico politico diventa un segno sul muro
Ci sono giornate in cui la politica sembra avere bisogno di un nemico talmente urgente da non poter aspettare nemmeno che il muro venga guardato bene.
A Pisa, il 16 agosto, alcuni segni comparsi sulle mura della scuola primaria Collodi, nel quartiere di Porta a Lucca, sono stati interpretati come simboli e scritte riconducibili all’immaginario fascista e nazista. La denuncia ha immediatamente assunto una dimensione politica e ha provocato reazioni pubbliche.
Il problema è che, dopo qualche ora, la storia ha preso una piega decisamente meno epica.
Quelle che erano state interpretate come scritte politiche si sono rivelate indicazioni di cantiere lasciate dagli operai impegnati nei lavori sull’edificio. La vicenda è stata quindi ridimensionata e Antonio Mazzeo, vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, ha riconosciuto pubblicamente di avere commesso un errore.
Non solo, sull’episodio la senatrice pisana del Pd Ylenia Zambito dichiara con fermezza: “Sono nuovamente apparse sui muri di Pisa scritte e simboli fascisti e fa impressione vedere che sono state fatte sulle pareti della primaria ‘Collodi’ di Porta a Lucca: un gesto gravissimo, ancora più odioso perché compiuto contro una scuola, luogo di formazione e libertà. […] continuano ad apparire scritte e riferimenti nostalgici di chi vuole riportare l’oscuro passato fascista che ha voluto dire per il nostro Paese l’eliminazione delle libertà garantite dalla democrazia, lo sfruttamento dei lavoratori e il trascinamento dell’Italia nella guerra e nell’occupazione nazista che hanno fatto pagare al popolo italiano un profondo contributo di sangue”. Di tutto un pò sul muro della Collodi.
E qui, prima ancora di parlare di fascismo, viene da chiedersi una cosa molto più prosaica: ma un metro, prima di una denuncia politica, no?
La denuncia parte. Il cantiere resta
La sequenza è quasi perfetta per un piccolo manuale di comunicazione politica contemporanea.
Arriva la segnalazione.
Si accende l’allarme.
Compare la parola “fascismo”.
Partono le dichiarazioni.
La politica si mobilita.
Poi qualcuno guarda meglio.
E scopre che il fascismo non era tornato.
Era il cappotto termico.
La vicenda è stata raccontata anche nelle ore successive come un caso di indicazioni operative scambiate per messaggi politici; PisaToday ha dato conto della reazione di Angelo Ciavarrella, capogruppo di Futuro Nazionale, che ha definito l’episodio una “clamorosa gaffe” del Pd.
Naturalmente, quella è una valutazione politica di Ciavarrella e va considerata come tale.
Il fatto verificabile, invece, è un altro: le indicazioni non erano propaganda fascista.
Ed è già abbastanza per rendere la vicenda involontariamente comica.
Il problema non è essere antifascisti
Qui bisogna essere molto chiari.
Condannare il fascismo non è un problema.
Condannare il nazismo non è un problema.
Segnalare simboli realmente riconducibili a quelle ideologie non è un problema.
Anzi, in una democrazia nata dalla Liberazione, è perfettamente normale e doveroso farlo quando i fatti lo giustificano.
Il problema nasce quando la verifica arriva dopo la denuncia, invece che prima.
Perché l’antifascismo non perde dignità quando controlla un muro.
La acquista.
E nessuno dovrebbe avere paura di dire: “Aspettiamo, verifichiamo, vediamo cosa sono”.
Anche perché una democrazia seria non ha bisogno di inventarsi un fascista per dimostrare di essere antifascista.
Mazzeo: «Ho commesso un errore»
La parte più interessante della vicenda, dal punto di vista giornalistico, arriva forse proprio dopo l’errore.
Antonio Mazzeo ha riconosciuto pubblicamente la propria responsabilità, ammettendo di aver sbagliato interpretazione e sottolineando che, quando si commette un errore, bisogna avere l’onestà di riconoscerlo. La sua spiegazione è stata che l’allarme era scattato dopo una segnalazione di alcuni genitori e che, una volta chiarita la natura delle scritte, ha ritenuto corretto fare marcia indietro.
Ed è proprio questo il punto che merita di essere sottolineato.
Ammettere un errore non è una sconfitta.
È, al contrario, uno dei comportamenti più seri che un rappresentante pubblico possa adottare.
Il problema, semmai, è che nell’epoca dei social e delle dichiarazioni immediate, il primo messaggio corre molto più velocemente della rettifica.
La denuncia fa il giro della città.
La precisazione arriva dopo.
E Internet, nel frattempo, ha già fatto quello che Internet sa fare meglio: ricordarsi tutto.
La politica dovrebbe imparare dalla gomma degli operai
C’è una singolare ironia nella vicenda.
Gli operai stavano lavorando.
Avevano lasciato sui muri delle indicazioni funzionali al cantiere.
Qualcuno le ha viste.
Qualcuno le ha interpretate.
La politica le ha trasformate in un caso.
Poi il cantiere ha presentato il conto.
Non era propaganda. Era lavoro.
Forse è questa la metafora più efficace dell’intera storia.
Mentre la politica discuteva di fascismo, qualcuno stava semplicemente facendo il proprio mestiere.
Ottantuno anni dopo, la storia non ha bisogno di essere cercata ovunque
C’è poi un’altra questione, più importante e più seria.
Siamo nel 2026.
Sono trascorsi 81 anni dalla Liberazione.
Il fascismo storico è terminato nel 1945.
Il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo votò contro Mussolini e il re lo fece arrestare, affidando il governo a Pietro Badoglio.
L’8 settembre venne annunciato l’armistizio con gli Alleati e l’Italia entrò nella fase drammatica dell’occupazione tedesca, della Resistenza e della guerra civile.
Il 25 aprile 1945 segnò l’insurrezione generale e la Liberazione del Nord Italia, mentre il regime della Repubblica Sociale Italiana crollava definitivamente.
Questa è storia.
Non è un’opinione.
Non è un hashtag.
Non è una polemica da social.
E proprio per questo non ha bisogno di essere continuamente ricostruita artificialmente sui muri di una scuola.
Se tutto è fascismo, niente è più fascismo
Il paradosso è semplice.
Se una vera svastica compare su un muro, va denunciata.
Se qualcuno inneggia davvero al fascismo, va contestato.
Se emergono organizzazioni o comportamenti riconducibili a ideologie eversive, le istituzioni devono occuparsene.
Ma se un segno di cantiere viene scambiato per un simbolo politico, il rischio è produrre l’effetto opposto.
Si finisce per trasformare una battaglia storica e civile in una caricatura.
E allora il fascismo rischia di diventare come il prezzemolo: lo si trova dappertutto.
Sul muro.
Sul cancello.
Nel commento Facebook.
Nella dichiarazione dell’avversario.
Nel titolo del giornale.
Magari, un giorno, persino nel capitolato dei lavori pubblici.
La vera lezione è molto più semplice
La vicenda della Collodi dovrebbe insegnare qualcosa che non appartiene né alla destra né alla sinistra.
Appartiene al giornalismo.
Alla politica.
Alle istituzioni.
E, in fondo, a tutti noi.
Prima si verifica, poi si denuncia.
Prima si guarda.
Poi si interpreta.
Prima si accerta.
Poi si commenta.
È una regola talmente elementare da sembrare quasi banale.
Ma forse proprio le regole banali sono quelle che, ogni tanto, abbiamo più bisogno di ricordare.
Il diritto all’errore e il dovere della verifica
Mazzeo ha riconosciuto l’errore. È un elemento che va registrato con altrettanta chiarezza con cui va registrata la denuncia iniziale.
Non servono processi politici.
Non serve trasformare una svista in una colpa morale permanente.
Ma non serve nemmeno fingere che nulla sia successo.
La vicenda è interessante proprio perché mostra quanto sia facile, nell’epoca della comunicazione istantanea, trasformare un’interpretazione sbagliata in una notizia politica.
E quanto sia difficile, invece, riportare la realtà alla sua dimensione originaria.
In questo caso, la dimensione originaria era molto meno ideologica: un cantiere.
Il fascismo non è un fantasma da evocare a comando
L’Italia ha conosciuto davvero il fascismo.
Ha conosciuto una dittatura.
Ha conosciuto la repressione.
Ha conosciuto la guerra.
Ha conosciuto l’occupazione.
Ha conosciuto la Resistenza.
Ha conosciuto la Liberazione.
E ha costruito sulla fine di quella tragedia la propria Repubblica e la propria Costituzione.
Ricordarlo è un dovere.
Usarlo come riflesso automatico davanti a ogni segno ambiguo, invece, rischia di impoverire proprio quella memoria che si vorrebbe difendere.
Perché la storia merita rispetto anche quando non serve a vincere una polemica.
E alla fine il muro ha avuto l’ultima parola
La morale della storia, forse, è tutta qui.
La politica ha visto il fascismo.
Gli operai avevano visto il cantiere.
Alla fine, avevano ragione gli operai.
E questa volta non c’è bisogno di una commissione d’inchiesta per stabilirlo.
Bastava guardare meglio.
Con un pizzico di ironia si potrebbe persino dire che, a Pisa, il fascismo aveva fatto una comparsa.
Solo che, come nelle peggiori commedie, non era previsto nel copione.
Era soltanto un segno lasciato da chi stava lavorando.
E forse, dopo 81 anni dalla Liberazione, la cosa più antifascista che possiamo fare è proprio questa: prendere sul serio la storia, verificare i fatti e non trasformare ogni muro in un campo di battaglia.
Perché una democrazia adulta non ha bisogno di vedere fantasmi dappertutto.
Ha bisogno di vedere bene.



















