Editoriale di Claudio Gori, direttore (direttore@irog.it)
Un messaggio che parla al Paese, non alle parti
Il Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si colloca, ancora una volta, fuori dal tempo breve della polemica e dentro quello lungo della storia. Non è un discorso di circostanza, ma una chiamata alla responsabilità collettiva, rivolta a un Paese che attraversa incertezze globali e fragilità interne.
La parola che attraversa tutto l’intervento è pace. Non come slogan, ma come cultura: un modo di vivere, di parlare, di stare insieme. Mattarella non si limita a evocarla di fronte alle tragedie di Ucraina e Gaza, ma la richiama come pratica quotidiana, come esercizio civile che comincia dal linguaggio e dal rispetto reciproco.
La pace come mentalità civile
Disarmare le parole per disinnescare i conflitti
Il riferimento all’invito di Papa Leone XIV a “disarmare le parole” non è casuale. In una società in cui lo scontro verbale è diventato spesso fine a sé stesso, il Capo dello Stato ricorda che la violenza non nasce all’improvviso: germoglia prima nel linguaggio, poi nei comportamenti.
La pace, sottolinea Mattarella, non è solo un obiettivo internazionale ma una scelta quotidiana, che riguarda le relazioni sociali, il confronto politico, la vita delle comunità.
Ottant’anni di Repubblica: un album che unisce
Dalle donne al voto alla Costituzione condivisa
Nel 2026 l’Italia celebrerà gli ottant’anni della Repubblica. Mattarella invita a sfogliare un album ideale della memoria collettiva, partendo da un’immagine fondativa: il voto delle donne. Un passaggio che ha segnato in modo indelebile il carattere democratico del Paese.
L’Assemblea Costituente diventa il simbolo di una dialettica forte ma capace di sintesi, dove il confronto non impediva la costruzione comune. È un messaggio attuale: il pluralismo non è una minaccia, ma una risorsa quando è orientato al bene comune.
Lavoro, diritti e Stato sociale
Le conquiste da difendere nel presente
Il lavoro come leva di sviluppo, lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale, il sistema previdenziale: Mattarella ricorda che i diritti non sono dati acquisiti una volta per tutte. Sono conquiste storiche che vanno custodite e adattate, soprattutto in un tempo di cambiamenti economici, tecnologici e demografici.
La sicurezza sul lavoro, l’equità delle retribuzioni, l’universalità delle cure diventano così parametri concreti della qualità democratica di un Paese.
Le ombre della storia e la forza delle istituzioni
Terrorismo, mafia e legalità
Il Presidente non elude le pagine più buie: stragi, terrorismo, criminalità organizzata. I nomi di Falcone e Borsellino non sono solo memoria, ma riferimento morale. La Repubblica ha resistito perché le istituzioni, sostenute dall’unità sociale e politica, si sono dimostrate più forti della violenza.
È un richiamo chiaro: la legalità non è un concetto astratto, ma un presidio quotidiano da difendere.
Giovani e futuro: un appello diretto
“Non rassegnatevi”
Il passaggio finale è rivolto ai giovani, spesso descritti come disillusi o distanti. Mattarella ribalta questa narrazione e affida loro una responsabilità: essere esigenti, coraggiosi, protagonisti del proprio futuro. Lo stesso spirito di chi, ottant’anni fa, costruì l’Italia repubblicana dalle macerie della guerra.
Una lezione di sobrietà istituzionale
Il Messaggio di fine anno del Presidente Mattarella non offre soluzioni facili, ma una bussola. Ricorda che la Repubblica non è un’entità astratta: “la Repubblica siamo noi”. In un tempo di globalizzazione, crisi climatiche, tensioni geopolitiche e trasformazioni tecnologiche, la coesione sociale resta il bene più prezioso e più fragile.
Un editoriale non può che registrare questo dato: la forza delle parole del Capo dello Stato sta nella loro misura, nella memoria che custodiscono e nell’impegno che chiedono. A ciascuno, senza eccezioni.























