Un tetto stabilito per legge al numero di alunni stranieri in ciascuna classe, l’obbligo di imparare l’italiano per i genitori dei ragazzi con gravi difficoltà di inserimento e il divieto di burqa e niqab tra i banchi. È il pacchetto scuola-integrazione che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha presentato domenica 20 settembre dal palco di Fenix, la festa di Gioventù Nazionale, e che il governo vuole portare a breve in Consiglio dei ministri. Il tema irrompe nell’agenda politica proprio nel giorno in cui il presidente Sergio Mattarella è ad Amatrice per l’inaugurazione dell’anno scolastico 2026-2027.
Che cosa ha annunciato la premier
Parlando ai giovani di Fratelli d’Italia, Meloni ha spiegato che il provvedimento «sta per arrivare» a Palazzo Chigi e ha motivato la scelta con un principio semplice: nelle classi italiane, ha sostenuto, non può accadere che siano i bambini italiani a ritrovarsi in minoranza. Sul velo integrale ha invece richiamato la parità tra uomo e donna, definita non negoziabile né nelle strade né nelle scuole, e l’idea che a scuola si vada a viso scoperto.
Il testo non è ancora pubblico. Restano quindi da conoscere gli elementi che faranno la differenza nella pratica: la percentuale massima consentita, le eventuali deroghe, il sistema di controlli e le sanzioni per chi non rispetta le regole.
Le tre misure: che cosa cambierebbe
- Tetto per legge: un numero massimo di studenti stranieri per classe, oggi disciplinato solo da indicazioni ministeriali.
- Italiano per i genitori: obbligo di apprendere la lingua nei casi in cui i figli mostrino problemi gravi di inserimento scolastico. Non è ancora chiaro chi verificherà l’adempimento né con quali conseguenze.
- Divieto di velo integrale: stop a burqa e niqab nelle aule. Le cronache di agenzia hanno riportato formule non identiche (in alcuni casi si è parlato anche di hijab): il perimetro esatto si conoscerà solo con il testo ufficiale.
Il precedente: la circolare Gelmini del 2010
Il tema non nasce oggi. Nel 2010 l’allora ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini aveva fissato con una circolare un limite del 30% di alunni non italiani per classe. Quella soglia è rimasta spesso sulla carta, complice la distribuzione demografica dei quartieri e la scarsità di margini logistici nelle periferie urbane. La novità di oggi sarebbe il salto di livello: dalla circolare alla norma di legge, con effetti giuridicamente ben più vincolanti.
Il confronto con l’Europa
Sul velo integrale l’Italia si muoverebbe in un terreno già battuto: Francia e Belgio vietano di coprire il volto nei luoghi pubblici e l’Austria ha esteso il divieto alle scuole, mentre in Spagna e Polonia la libertà di coscienza e di religione gode di una tutela costituzionale più marcata. Diverso il discorso sul tetto agli alunni stranieri: secondo le ricostruzioni comparate, l’Italia sarebbe il primo Paese dell’Unione a introdurre una regola simile per legge. La Danimarca, che applica le politiche più rigide, ha consentito alle scuole superiori di fissare limiti fino al 50% per gli studenti di origine non occidentale o provenienti da quartieri svantaggiati, ma con strumenti diversi.
I nodi giuridici e organizzativi
Presidi ed esperti di diritto scolastico sollevano più di un dubbio. Le famiglie, ricordano, scelgono in genere la scuola del proprio quartiere e non possono essere respinte perché in quella zona la concentrazione di residenti stranieri è alta: il principio di prossimità, se sacrificato, potrebbe incidere sul diritto allo studio. Restano poi domande molto concrete. Dove verrebbero indirizzati gli alunni in eccedenza? Con quali trasporti, quali organici, quali risorse per i corsi di italiano come seconda lingua? Senza risposte a questi interrogativi, avvertono gli addetti ai lavori, la norma rischia di restare un annuncio.
Lo scontro politico
Le opposizioni leggono la mossa in chiave elettorale: secondo i critici il governo «insegue» il generale Vannacci e il populismo in vista delle urne del 2027. La segretaria del Pd Elly Schlein ha criticato l’impostazione del provvedimento. Dal canto suo Meloni ha usato lo stesso palco per replicare sui conti dell’istruzione: il Fondo di finanziamento ordinario dell’università, ha ricordato, è salito a 9,4 miliardi dagli 8,6 di inizio legislatura, e non si può parlare di tagli. Nel discorso c’è stato spazio anche per l’abolizione del bollo auto su una parte dei veicoli, altro fronte di polemica con alcuni governatori regionali.
La prossima tappa è il Consiglio dei ministri, dove si capirà se la scelta cadrà su un decreto o su un disegno di legge e quali saranno i tempi di applicazione. Da lì partirà un confronto destinato a coinvolgere sindacati della scuola, dirigenti scolastici, Regioni e, con ogni probabilità, anche i giuristi chiamati a valutare la compatibilità con i principi costituzionali e con il diritto europeo. Un dossier da seguire con attenzione nei prossimi giorni.






















