Ci sono serate in cui un festival cinematografico smette, almeno per qualche ora, di essere soltanto una rassegna di film e diventa un luogo della memoria. Una di quelle serate è andata in scena a Locarno, nella splendida cornice di Piazza Grande, dove il cinema internazionale ha reso omaggio a James Gray, consegnandogli il Pardo alla Carriera.
Un riconoscimento che non celebra soltanto una lunga filmografia, ma la coerenza di uno sguardo. Quello di un regista che, dagli esordi fino alle opere più recenti, ha saputo costruire un cinema profondamente personale, capace di attraversare generi, epoche e continenti senza smarrire il proprio centro emotivo.
Il premio è stato consegnato il 9 agosto 2026, nell’ambito della 79ma edizione del Locarno Film Festival, prima della presentazione del suo nuovo film, Paper Tiger.
James Gray, una carriera costruita sulla memoria
Quando nel 1994 arrivò Little Odessa, James Gray aveva appena 25 anni. Quel film gli valse il Leone d’Argento alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e rivelò immediatamente la presenza di un autore dalla voce riconoscibile.
Da allora, Gray ha attraversato alcune delle grandi questioni del cinema americano contemporaneo: la famiglia, il senso di appartenenza, la memoria, il desiderio di riscatto, la colpa, l’identità e quel sogno americano che nei suoi film appare spesso fragile, tormentato, incapace di liberarsi completamente dal peso del passato.
Da The Yards a We Own the Night, da Two Lovers a The Immigrant, fino a The Lost City of Z, Ad Astra e Armageddon Time, il regista ha costruito una filmografia molto diversa per ambientazioni e generi, ma sorprendentemente coerente nella sua anima.
Dalla criminalità alla fantascienza, senza perdere l’essere umano
È questa forse la caratteristica più affascinante del cinema di Gray: anche quando cambia radicalmente scenario, continua a interrogarsi sulle stesse ferite.
Può raccontare una famiglia sospesa tra legalità e criminalità, un amore impossibile, il viaggio di un esploratore nella foresta amazzonica o un uomo lanciato nello spazio alla ricerca del padre. Ma il viaggio esteriore diventa quasi sempre un viaggio interiore.
In Ad Astra, per esempio, la vastità dello spazio non cancella il conflitto familiare: lo amplifica. In Armageddon Time, invece, il ritorno alla New York della sua infanzia trasforma la memoria personale in una riflessione sulle disuguaglianze, sul privilegio e sulle contraddizioni del sogno americano.
Locarno celebra uno dei grandi autori del cinema americano contemporaneo
Il Pardo alla Carriera assegnato a James Gray assume così un significato che va oltre la semplice celebrazione di una carriera.
Il direttore artistico del Locarno Film Festival, Giona A. Nazzaro, lo ha definito «l’ultimo grande romanziere del cinema statunitense», sottolineandone la natura profondamente umanista.
È una definizione particolarmente significativa perché Gray sembra davvero costruire i propri film come capitoli di una grande narrazione sull’essere umano: persone che desiderano cambiare vita, ma che continuano a portarsi dietro la famiglia, le origini, le paure e le responsabilità.
Il suo cinema non cerca scorciatoie emotive. Preferisce osservare, indugiare, lasciare che siano gli sguardi, i silenzi e le relazioni tra i personaggi a rivelare ciò che spesso le parole non riescono a dire.
Paper Tiger, un nuovo capitolo nella poetica di James Gray
A Locarno, insieme al Pardo alla Carriera, Gray ha presentato Paper Tiger, il suo nuovo film, proseguendo una ricerca artistica che ancora una volta mette al centro legami familiari, ambizioni e conflitti.
Il film è ambientato nella New York del 1986 e ruota attorno a due fratelli e alle conseguenze di un affare criminale che coinvolge le loro famiglie. Nel cast figurano Adam Driver, Scarlett Johansson e Miles Teller.
È un ritorno alle radici, dunque, non soltanto geograficamente ma anche emotivamente. Dopo aver spinto il proprio cinema fino agli estremi dello spazio con Ad Astra o nel cuore dell’Amazzonia con The Lost City of Z, Gray torna a una New York che conosce profondamente e che continua a rappresentare una delle coordinate fondamentali del suo immaginario.
Il ritorno a New York e alle proprie radici
La New York di Gray non è semplicemente una città. È una memoria, una comunità, una stratificazione di culture, aspirazioni e conflitti.
Le sue radici nella comunità ebraico-russa newyorkese hanno alimentato una parte importante della sua poetica, contribuendo a dare ai suoi film quella particolare tensione tra appartenenza e desiderio di fuga che li rende immediatamente riconoscibili.
Piazza Grande, dove il cinema diventa memoria collettiva
Ed è forse proprio questo il senso più profondo di una serata come quella vissuta a Locarno.
In Piazza Grande, davanti a un pubblico internazionale, un regista ha ricevuto un riconoscimento per una carriera che non si è mai limitata a raccontare storie, ma ha cercato di interrogare ciò che resta delle persone quando tutto il resto cambia.
Il cinema di James Gray parla di famiglie che si amano e si feriscono, di figli che cercano il proprio posto nel mondo, di padri idealizzati o perduti, di persone che inseguono una possibilità di riscatto e finiscono per scoprire che il passato non si lascia cancellare.
È un cinema profondamente umano proprio perché non offre risposte facili.
E forse è anche per questo che il Pardo alla Carriera di Locarno appare come un riconoscimento particolarmente appropriato: premia un autore che ha saputo attraversare il tempo senza lasciarsi consumare dal tempo.
Un autore riconoscibile, una memoria che continua a parlare
La presenza di Gray a Locarno non è stata soltanto l’occasione per celebrare il passato. Il festival ha infatti affiancato al riconoscimento anche la proiezione di due opere significative della sua filmografia, We Own the Night e Two Lovers, creando un dialogo tra la carriera dell’autore e il suo nuovo lavoro.
È proprio in questo dialogo tra passato e presente che si trova la forza del cinema di Gray.
Un cinema che può cambiare dimensione, genere e prospettiva, ma che continua a tornare sempre allo stesso punto: l’essere umano, con le proprie fragilità, i propri legami e quel bisogno quasi irriducibile di comprendere da dove viene e dove può ancora andare.
A Locarno, sotto le stelle di Piazza Grande, quel percorso ha ricevuto il riconoscimento che meritava.
Non soltanto un premio alla carriera, dunque, ma un omaggio a uno sguardo. A una voce. A un autore che, da oltre trent’anni, continua a ricordarci che il cinema può essere spettacolo, racconto e memoria allo stesso tempo.





















