Editoriale di Gori Claudio (direttore@irog.it)
Le ultime elezioni amministrative hanno consegnato all’Italia una verità politica che molti partiti fingono ancora di non vedere: il Paese non vota più per appartenenza ideologica, ma per fiducia personale, credibilità amministrativa e percezione di concretezza.
È finita l’epoca nella quale bastava un simbolo di partito per vincere.
Oggi gli elettori premiano il sindaco percepito come pragmatico, il leader considerato autentico, il civismo moderato, e la capacità di rassicurare più che di infiammare.
Ed è per questo che il voto del 2026, apparentemente frammentato, racconta in realtà un cambiamento politico molto profondo.
Il dato più importante? Non è chi vince. È chi smette di votare
L’affluenza continua a calare praticamente ovunque. In Veneto, come nel resto d’Italia, il dato è ormai strutturale: Venezia è scesa al 55,8%, Castelfranco Veneto sotto il 50%, San Bonifacio al 53,9%, con flessioni diffuse in quasi tutti i territori.
Questo significa una cosa precisa: milioni di cittadini non credono più che il voto possa incidere concretamente sulla loro vita. È una frattura democratica enorme.
Eppure il dibattito politico continua a concentrarsi quasi esclusivamente sui giochi di coalizione, sulle alleanze e sui sondaggi.
La realtà è che il primo partito italiano rischia di diventare stabilmente quello del non voto.
Il centrodestra resta dominante, ma sta cambiando pelle
Il centrodestra continua a mantenere una superiorità territoriale evidente. Le vittorie di Venezia, Reggio Calabria e in numerosi comuni veneti lo dimostrano chiaramente.
Ma sarebbe un errore leggere questi risultati come la semplice conferma dei partiti tradizionali.
A Venezia, per esempio, la vittoria di Simone Venturini è stata soprattutto la vittoria di un modello civico-moderato, più vicino alla cultura amministrativa del territorio che alle dinamiche aggressive della politica nazionale.
Non a caso emergono figure che ricordano il vecchio centrismo democristiano amministratori pragmatici, moderati nei toni, radicati nel territorio, poco ideologici e molto concreti. È una trasformazione silenziosa ma decisiva.
La destra italiana oggi vince soprattutto quando smette di sembrare del tutto estrema.
Meloni resta forte, ma il consenso non è eterno
Giorgia Meloni continua a rappresentare il perno della politica nazionale. Dopo la delusione referendaria, il risultato delle amministrative ha dato ossigeno alla maggioranza.
Ma esiste un elemento che Palazzo Chigi non può ignorare: il consenso personale della premier è oggi molto più forte della struttura politica della coalizione.
E questa è contemporaneamente una forza e una fragilità.
Perché quando un sistema si regge soprattutto sulla leadership di una singola figura, ogni crisi economica, sociale o internazionale può rapidamente trasformarsi in una crisi politica generale.
Il centrosinistra continua a confondere i social con la realtà
Il campo progressista continua a soffrire di un problema ormai cronico: scambia il consenso mediatico con il consenso popolare.
I risultati delle amministrative mostrano chiaramente che il centrosinistra può essere competitivo nei grandi centri urbani e in alcune aree storicamente favorevoli, ma fatica ancora enormemente nelle periferie, nelle province, nel voto popolare, tra autonomi e ceto medio produttivo.
Anche dove vince, spesso lo fa attraverso candidature civiche o fortemente personalizzate, come il caso di Vincenzo De Luca a Salerno, sostenuto da liste locali e non dal tradizionale schema del “campo largo”.
È il segnale più chiaro della crisi dei partiti tradizionali.
Il civismo è la nuova ideologia italiana
C’è un fenomeno che la politica nazionale continua a sottovalutare: il civismo. Ovunque stanno crescendo liste personali, movimenti territoriali, candidature trasversali e coalizioni locali sganciate dai partiti nazionali.
Gli elettori sembrano dire una cosa molto semplice: “Non ci interessa più la propaganda ideologica. Vogliamo qualcuno che amministri bene”.
È esattamente ciò che emerge anche nei ballottaggi e nelle trattative locali, dove spesso contano più le relazioni personali che gli schieramenti ufficiali.
Il caso Vannacci dimostra che la protesta cerca nuovi contenitori
L’ascesa di Roberto Vannacci e di Futuro Nazionale non è un fenomeno folkloristico. Sfiorare il 15% in territori tradizionalmente leghisti significa intercettare una parte di elettorato che considera il centrodestra di governo troppo moderato.
È un segnale che riguarda tutta l’Europa: quando le forze populiste diventano istituzionali, nasce sempre qualcuno che prova a occupare lo spazio della protesta più radicale.
Il problema è che questa frammentazione potrebbe rendere molto più instabile il quadro politico futuro.
La politica è diventata storytelling emotivo
Le campagne elettorali moderne assomigliano sempre meno a confronti programmatici e sempre più a operazioni di narrazione emotiva.
La leadership oggi si costruisce attraverso la percezione, i simboli, lo storytelling, l’identità e soprattutto la fiducia personale.
Le stesse analisi accademiche sul marketing politico mostrano come gli elettori votino sempre più sulla base di emozioni, autenticità percepita e identificazione personale.
È la ragione per cui molti leader forti riescono a mantenere consenso anche in presenza di risultati economici non brillanti.
Il vero rischio per l’Italia è la sfiducia democratica
La crisi più grave non è economica. Non è nemmeno politica. È culturale.
Sempre più cittadini pensano che nulla cambi davvero e che le élite restino sempre le stesse; il voto serva poco e che i partiti parlino solo a sé stessi.
Ed è qui che nasce il terreno più pericoloso: quello dell’apatia democratica.
Perché una democrazia non muore soltanto con i colpi di Stato. Può spegnersi lentamente anche attraverso l’indifferenza.
La previsione: verso un’Italia più locale, personale e instabile
Le prossime elezioni politiche — che molti osservatori collocano già tra il 2027 e il 2028 — potrebbero svolgersi in un quadro completamente diverso da quello tradizionale.
Tre tendenze sembrano ormai chiare:
Leader sempre più personali – I partiti conteranno meno delle figure che li rappresentano.
Crescita del civismo moderato – Molti elettori cercano stabilità e pragmatismo più che ideologia.
Astensionismo ancora in aumento – Senza un recupero di credibilità, la partecipazione continuerà a scendere.
Il paradosso finale
La politica italiana continua a parlare come se fossimo ancora negli anni Novanta. Ma gli elettori vivono già nel futuro perchè sono sempre più fluidi, meno ideologici, più diffidenti, più pragmatici e sempre più instabili nelle scelte.
Chi non comprenderà questa trasformazione rischia di vincere le elezioni di oggi e perdere il Paese di domani.






















