in collaborazione tra Claudio Gori e Samina Seyed
Al Festival di Cannes, tra i riflettori del glamour internazionale e le grandi première del cinema mondiale, uno dei momenti più intensi e autentici arriva dalla voce delicata ma potentissima di Pegah Ahangarani.
La regista e attrice iraniana ha presentato nella sezione Proiezioni Speciali il documentario “Prove per una rivoluzione” (Rehearsals for a Revolution), opera personale e profondamente politica che attraversa oltre quarant’anni di storia iraniana intrecciando memoria privata, trauma collettivo e desiderio di libertà.
Un film che non cerca effetti spettacolari, ma sceglie la forza della verità. E proprio per questo riesce a colpire con rara intensità.
Tra le immagini più emozionanti di questa edizione del Festival rimarrà certamente il photocall che ha visto Pegah Ahangarani posare accanto alla madre, la celebre regista iraniana Manizheh Hekmat.
La loro presenza insieme sulla Croisette ha assunto un significato che va oltre il cinema: due generazioni di donne iraniane, due artiste, due sguardi differenti ma profondamente connessi da una stessa idea di resistenza culturale e libertà espressiva. In quell’abbraccio silenzioso davanti ai fotografi c’era la storia di un Paese, ma anche la continuità di una tradizione artistica che continua a sopravvivere nonostante censura, esilio e repressione.
“Rehearsals for a Revolution” si sviluppa attraverso materiali d’archivio personali, filmati amatoriali, immagini di proteste e testimonianze intime che accompagnano lo spettatore dentro la complessità dell’Iran contemporaneo.
Ahangarani costruisce un racconto in cui il confine tra storia collettiva e memoria familiare si dissolve progressivamente. Le vicende personali diventano così specchio di una nazione attraversata da rivoluzioni, speranze infrante, repressioni e continue rinascite civili. Il documentario riesce nell’impresa più difficile: raccontare la politica senza perdere l’umanità delle persone coinvolte.
Ogni immagine sembra interrogare il passato, ma anche chiedere al presente se sia ancora possibile immaginare un futuro diverso.
L’accoglienza della stampa internazionale è stata calorosa. Numerosi critici hanno sottolineato la capacità del film di essere contemporaneamente intimo e universale, politico ma mai ideologico.
Particolarmente apprezzata è stata l’onestà emotiva con cui Pegah Ahangarani affronta il tema della memoria, evitando qualsiasi retorica e scegliendo invece una narrazione fatta di frammenti, silenzi, dettagli quotidiani e testimonianze generazionali.



Molti osservatori hanno definito il documentario “urgente”, soprattutto per il modo in cui riesce a trasformare archivi e ricordi in un atto vivo di resistenza culturale.
Dietro il progetto c’è anche la firma del produttore Kaveh Farnam, nome ormai riconosciuto nel panorama internazionale per il sostegno a un cinema indipendente, coraggioso e socialmente significativo. Nel corso della sua carriera Farnam ha accompagnato opere capaci di unire qualità artistica e profondità umana, sostenendo autori che utilizzano il cinema non solo come linguaggio estetico, ma come strumento di riflessione civile. “Rehearsals for a Revolution” si inserisce perfettamente in questo percorso produttivo, confermando una linea editoriale attenta alle storie che interrogano il presente e preservano la memoria collettiva.
Per Pegah Ahangarani il film rappresenta anche qualcosa di profondamente personale. Costretta a vivere lontano dall’Iran e residente oggi nel Regno Unito, la regista trasforma il proprio vissuto in materia cinematografica, costruendo un’opera che parla di assenza, appartenenza e identità.
Ma soprattutto, il documentario diventa un gesto di resistenza. Non soltanto contro la censura o l’oblio, ma contro la perdita della memoria stessa. In un tempo in cui le immagini scorrono velocemente e il dolore collettivo rischia di dissolversi nel rumore globale, Ahangarani sceglie di fermarsi, ricordare e far ricordare.
Ed è proprio qui che il film trova la sua forza più autentica: non essere soltanto un documentario sull’Iran, ma un racconto universale sulla dignità umana, sulla resilienza e sul potere del cinema di custodire le storie che la storia ufficiale spesso tenta di cancellare.






















