di Gori Claudio (direttore@irog.it)
L’arrivo di “Casa Aperol” a Padova ha acceso il dibattito sul rapporto tra grandi marchi, identità territoriale e ricadute economiche locali. Tra eventi, installazioni e forte presenza social, l’iniziativa ha catalizzato attenzione e partecipazione. Ma dietro il successo mediatico emergono anche interrogativi più profondi sul legame tra territorio e industria.
Abbiamo affrontato il tema con Paolo Caratossidis, presidente del Festival della Cucina Veneta e fondatore di Eccellenze Venete, realtà impegnata nella valorizzazione delle produzioni locali e delle imprese radicate nel territorio. E’ stato grazie al dossier per le specialità regionali presentato da Caratossidis, nel 2024, che lo Spritz Veneto è diventato un prodotto agroalimentare tradizionale della Regione Veneto.
“Casa Aperol” ha trasformato Padova in una grande operazione di marketing esperienziale. Come interpreta questo fenomeno?
“Dal punto di vista comunicativo è sicuramente un’operazione molto efficace. Ha saputo coinvolgere persone, generare contenuti digitali e creare un forte impatto visivo. Tuttavia credo sia necessario distinguere tra successo mediatico e valore economico reale per il territorio. Quando un marchio utilizza simboli, storia e identità di una città, è legittimo chiedersi quale sia oggi il ritorno concreto per quella comunità.”
Aperol nasce a Padova nel 1919. Quanto pesa oggi quel legame storico?
“Il legame storico resta fortissimo sul piano simbolico e culturale. Aperol fa parte dell’immaginario collettivo padovano e veneto. Però bisogna essere lucidi: il rapporto industriale con il territorio si è progressivamente indebolito nel tempo. Dopo le acquisizioni societarie e i cambi di proprietà, il centro decisionale e produttivo si è spostato altrove. Oggi Padova conserva soprattutto il valore narrativo del marchio.”
Nel testo si parla di “territorio ridotto a scenografia identitaria”. Condivide questa lettura?
“È una riflessione che merita attenzione. Esiste il rischio che alcune città diventino semplicemente fondali emozionali per campagne globali. Il problema non è organizzare eventi o fare marketing territoriale, che possono anche essere positivi, ma capire se dietro esiste ancora una relazione economica stabile con il territorio. Quando mancano produzione, occupazione e investimenti locali, la componente simbolica rischia di prevalere completamente sulla sostanza.”
Lei ritiene che eventi di questo tipo possano comunque generare benefici per Padova?
“Sicuramente producono visibilità e attenzione mediatica. Sarebbe sbagliato negarlo. Il punto è un altro: non bisogna confondere un beneficio temporaneo con una strategia di sviluppo economico duratura. Un grande evento porta persone per alcuni giorni; una filiera produttiva radicata genera invece lavoro, competenze, innovazione e continuità nel tempo.”
Nel dibattito emerge anche il tema della tutela delle produzioni locali venete. Quanto è importante oggi sostenere le realtà ancora radicate nel territorio?
“È fondamentale. In Veneto esistono distillerie, aziende agroalimentari e produttori che mantengono qui la produzione, investono nel territorio e costruiscono occupazione locale. Credo che il consumatore oggi abbia anche una responsabilità culturale: scegliere non solo un marchio noto, ma capire dove si produce, chi genera valore e quale economia si sostiene concretamente.”
Lo Spritz è ormai un simbolo globale. Come si può evitare che perda il suo legame con la cultura veneta?
“Lo Spritz appartiene alla cultura collettiva veneta prima ancora che ai singoli brand. È un patrimonio identitario nato dalla socialità, dai bacari, dalle piazze e dalla tradizione popolare. La sfida è evitare che tutto venga ridotto a una semplice operazione commerciale globale. Valorizzare la storia autentica, i produttori locali e la cultura del territorio significa preservare l’anima di quel prodotto anche mentre diventa internazionale.”






















